Quello strano golpe. La Birmania tra “cold war” e “gender revolution”

Quello strano golpe. La Birmania tra “cold war” e “gender revolution”

“Fu golpe si, ma legale”. I generali birmani direbbero così se chiamati a difendersi in un tribunale internazionale, ed avrebbero anche ragione. L’articolo 417 della costituzione birmana prevede infatti che si possa incaricare la forza armata per scongiurare la “disintegrazione dell’Unione”. Certo, si tratta di una extrema ratio, una mossa d’”arrocco” al fine di salvaguardare la nazione, tanto che per un tale meccanismo è, o meglio era, previsto che solo al presidente, in consiglio con la difesa, spettasse l’onere d’avviare una tale procedura. Se però proprio il presidente varca per secondo la soglie del carcere in pieno putsch allora ci si trova nella condizione d’improvvisare, perché si sa, salus populi suprema lex esto. Il cittadino ed il suo interesse di singolo scompaiono difronte alla ragion di stato, ed in Birmania questo è qualcosa di più d’una massima latina.

La pax cinese

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Da sempre annoverata nel consesso internazionale degli “stati canaglia”, con procedure d’indagine, stati d’accusa e sanzioni firmate da UN&co, la Birmania è riuscita incredibilmente a veleggiare attraverso i decenni più turbolenti dell’ultimo secolo. Uscita praticamente indenne dagli anni della guerra fredda, pensiamo al vicino Vietnam, oggi si ritrova al centro d’una partita strategica per il controllo del Golfo del Bengala. Una vera e propria “zeppa” infilata nelle ruote del meccanismo di controllo delle nuove talassocrazie che, proprio nei mari d’oriente, vedono la nuova frontiera dell’egemonia globale.

Impegnata com’è nella contesa nelle acque del mar cinese meridionale, la Cina non poteva permettersi di perdere questa piccola ma preziosa alleata. Il suo tesoro più prezioso? La SEZ (Special Economic Zone) che offre vantaggiosissime agevolazioni economiche free tax. Inserita nell’ambizioso progetto della Belt and Road Initiative (BRI), lo sfruttamento delle risorse submarine nelle acque birmane, potrebbe, secondo un rapporto del Pentagono pubblicato nel 2020, “portare vantaggi militari” alla Cina che, sempre secondo Washington, sta cercando di impiantare infrastrutture in una dozzina di paesi, incluso il Myanmar, per estendere la portata delle sue forze armate.

Proprio a Kyaukphyu i cinesi starebbero pensando di costruire un hub navale per aggirare lo Stretto di Malacca e guadagnare un accesso diretto all’Oceano Indiano. Componente cruciale il corridoio economico Cina-Myanmar (CMEC) e lo sviluppo, in atto, della provincia dello Yunnan che otterrebbe così un suo sbocco al mare. Lo CMEC lungo 1.700 km collegherà Kunming, la capitale della provincia cinese dello Yunnan, con i principali hub economici del Myanmar, toccando Mandalay e svoltando, ad est verso Yangon e ad ovest verso la Kyaukphyu. La piccola Kyaukphyu, con il suo aeroporto mono pista, tre piccole banche locali e le decine di pagode non sembra dare l’impressione della grande metropoli commerciale sul punto d’esplodere, ma proprio le sue acque, già da anni, fungono da capolinea per gli oleodotti e gasdotti transfrontalieri. Della partita sembra essere anche l’India, quest’ultima non può rinunciare al commercio con la quinta riserva di gas naturale al mondo ed ha sempre dimostrato una certa amicizia con la Birmania condita spesso da forniture militari.

Se quindi, da un lato i paesi vicini invitano la neocostituita giunta militare alla pacificazione ed alla normalizzazione della situazione non vedrebbero male una politica di sanzioni che colpisse la Birmania consegnandola automaticamente nelle loro mani e blindandola da possibili investimenti ed ingerenze occidentali. Da anni ormai l’arma delle sanzioni internazionali si sta rivelando molto più dannosa per chi la usa che per quei paesi che la subiscono che, in uno stato d’economia globale e con solide relazioni regionali, riescono invece a fidelizzare partnership più che fruttuose dal punto di vista sia economico che militare.

Sul fronte della guerriglia etnica, praticamente mai del tutto cessata dalla costituzione dello stato birmano, potrebbero registrarsi sviluppi imprevisti. Nello Stato Rakhine – Arakan – l’esercito di liberazione, ALA, ha da mesi intensificato le operazioni di resistenza contro la pulizia etnica birmana, al confine con il Bangladesh il massacro della minoranza Rohingya accese i riflettori sulla questione andando però a screditare la Lady Dem, Aung San Suu Kyi, allora capo del governo, rea d’aver chiuso più d’un occhio su quella che venne allora definita “un’operazione di pulizia etnica da manuale”.

Resta da vedere se la normalizzazione richiesta dagli sponsor internazionali del golpe birmano passerà per l’elargizione di concessioni autonomiste all’Arakan Liberation Party, branca politica dell’ALA, oppure per un’annichilimento manu militari che però attirerebbe l’indignazione internazionale. Da parte delle forze di difesa etniche, Karen, Shan, Arakan etc.. la condanna del golpe è stata unanime.

Dentro e fuori la protesta

Intanto nelle strade delle maggiori città birmane la protesta anti golpe si scatena. Superata una certa impasse iniziale la giunta ha da qualche ora varato la legge marziale ed agli idranti anti sommossa si sono sostituite le pallottole sparata ad altezza uomo, come quella che ha raggiunto alla testa la diciannovenne Mya Thet Thet Khaing a Nyapidaw, la capitale.

La società civile birmana, da anni accudita da Ong internazionali, sembra aver fatto di questo ennesimo colpo di mano militare, la proverbiale goccia d’un vaso che trabocca da sempre. Tuttavia se nelle proteste dei Bamar, i cittadini di etnia birmana, a cui anche i militari appartengono, si vedono innalzare al cielo le foto d’Aung San Suu Kyi, le analoghe proteste delle popolazioni delle restanti etnie, demograficamente non proprio trascurabili, sembrano essere molto più fredde nell’assolvere la Lady Dem dalla colpa d’averle praticamente scaricate appena varcata la soglia della “stanza dei bottoni”.

Così se nelle città si marcia e si muore per il ripristino della democrazia, nelle aree rurali delle minoranze si marcia e si muore per la libertà. Qui il governo centrale non ha mai svestito la divisa, le primavere democratiche delle metropoli hanno sempre portato nelle foreste l’odore terrificante della polvere da sparo e delle case incendiate, i proclami di cambiamento l’eco dei mortai.

Tornando per un attimo a guardare la situazione nel suo insieme sembra delinearsi sulla scena l’immagine di un golpe che va bene un po’ per tutti, un “buon” cattivo, isolato e bisognoso da accogliere tra le braccia per i cinesi, antidemocratico e violento per gli alfieri della società aperta. Poco importa se a farne le spese sono gli studenti delle piazze o i contadini nelle foreste la vera partita si gioca già sul nuovo assetto. Perché per chi vende soluzioni un nuovo problema è un nuovo guadagno.

Gender revolution

Se si parla di aiutare qualcuno al fine di costruire una società democratica c’è solo un nome che si deve fare: György Schwartz Soros. Il big brother di ogni organizzazione, drappello, comitato, setta, think tank, chiesa o partito che si voglia impegnare per la costruzione della sua Open Society. Una società aperta al cambiamento ed al progresso in cui l’agenda sia organizzata attorno alla demolizione di qualsiasi tabù tradizionale dall’educazione alla religione, dalla salute alla sessualità.

G.S. in Birmania è di casa, vi atterrò con il suo jet privato nel dicembre del 2011 accompagnato dai sue due figli. Allora sembra si fosse intrattenuto con i leader della “generazione 88” che prende il nome dal massacro, avvenuto l’08/08/1988, di migliaia di manifestanti da parte dei soliti militari. Nel 2013, sempre a dicembre, mese in cui il milionario filantropo migra verso mari caldi, Soros si è recato in visita in Myanmar ricevendo il benvenuto della Aung San Suu Kyi e dell’ex presidente Thein Sein (militare N.d.R).

In questa occasione oltre alla solita panoplia d’aiuti umanitari elargiti a pioggia sembra che si sia anche parlato di questioni piuttosto terrene come la sua candidatura, a fianco del gruppo singaporiano Yoma, per una licenza di telecomunicazioni mobili da contendere ai giganti  internazionali del settore: France Telecom, Singtel (Singapore) o KDDI (Giappone).

Secondo fonti giornalistiche Thailandesi sembra che Soros “conosca bene i problemi del paese” ed il fatto “che oggi voglia accrescere il suo sostegno ai Democratici birmani è positivo”. Ed ancora fonti diplomatiche sostengono che: “Quando Soros parla dei problemi della minoranza musulmana nello Stato di Rakhine, fornisce cifre, nomi, luoghi”, insomma ne sa parecchio. Forse perché, contribuendo con la sua associazione ai colloqui di pace, proprio in quegli stati nel cui mare si tuffano gli oleodotti e gli interessi cinesi, ha stabilito qualche contatto personale, chissà. Tuttavia ci sembra che nulla della sua attività filantropica lo abbia potuto distrarre dalla sua attività parallela di consulente finanziario “non ufficiale” per gli investimenti esteri del governo birmano.

Se dovessimo fare una previsione puntando sulla tradizionale vittoria “dei buoni” ci sembra che l’antagonista golpista stia fungendo da catalizzatore per gli interessi cinesi da una parte e gli interessi “progressisti” occidentali dall’altra. Chi rimarrà fuori dalla partita? Certamente le minoranze etniche che dovranno continuare a guadagnarsi la libertà lottando e a cui gli amici di Soros, da sempre, hanno offerto come alternativa una vita da profughi.

Alberto Palladino

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